Riflessioni seguite alla revisione della mia Trilogia

Raccogliendo il suggerimento di alcuni lettori, in questi giorni ho rieditato i tre libri della mia Trilogia del monaco, emendandoli dai refusi e facendo alcune piccole modifiche.

Ho anche riordinato cronologicamente i volumi, cambiando la sequenza e trasformando Una maledetta notte d’autunno, in origine un prequel, nel primo capitolo della trilogia.

Un lavoro lungo, a tratti frustrante ma gratificante, che mi ha permesso di rileggere i tre libri, cosa solitamente evito di fare dopo la pubblicazione, e di rendermi conto di come la scrittura uno spazio di libertà dove, specie per uno scrittore indipendente come me, nessuno può entrare se non il lettore.

Io credo che le parole siano importanti, possono diventare uno strumento di oppressione o di liberazione, possono farci stare male o bene, ferirci o gratificarci. Lo stesso può fare la scrittura, che delle parole è il laboratorio, la palestra e la fucina.

La trilogia del monaco, letta tutta insieme, è una visione sociale e politica dei nostri tempi, concentrata su una città che non è nè grande nè provinciale e ha i difetti delle grandi città e delle città di provincia come Genova.

Visione politica non vuol dire di parte, come qualcuno ha scritto nelle critiche su Amazon. La scrittura, per essere davvero politica, deve avere un fondamento etico che la porta a esaminare la società e, nel mio caso, i suoi angoli bui. Politica è la visione, non il pensiero orientato, politica è la volontà di mostrare quello che non si vuole vedere.

L’oscurità non è nè di destra nè di sinistra,molto più spesso di quanto crediamo, è presente in noi. Prenderla in esame e descriverla, descriverne un frammento, è quello che fa la letteratura noir. Questo significa dare un significato politico alla scrittura.

Non amo i libri ambientati nel passato che ci fanno vedere quanto i fascisti fossero cattivi che vanno così di moda. Lo so cos’è il fascismo e credo lo sappia anche quella bassissima percentuale d’italiani che legge.

Amo le memorie, i racconti di vite passate, i ricordi che creano la storia.

Non amo la letteratura italiana importante degli ultimi anni, con qualche eccezione, naturalmente. La trovo inerte, autoreferenziale, un esercizio di stile da scuola di scrittura e, soprattutto, superficialmente politica, priva di coraggio.

Amo molto, invece, il noir, il crime, ecc., che ha il coraggio di mettere sotto la lente d’ingrandimento la realtà schifosa in cui spesso siamo immersi e a cui preferiamo non pensare.

Non è un caso se i migliori interpreti di questa letteratura considerata minore sono francesi e italiani, scrittori di due paesi in cui si è assistito, negli ultimi decenni, a una involuzione politica, etica e morale senza precedenti.

La libertà della scrittura è libertà di pensiero e atto politico sia dell’autore che del lettore, è la scelta deliberata di entrambi di smettere di far finta di non vedere, di tornare a usare le parole per scorgere nel buio un frammento di verità.