Uno: Sandrone Dazieri

Nei noir di Dazieri non c’è mai l’illusione che basti scoprire il colpevole per rimettere a posto le cose. Questa, per me, è una scelta etica prima ancora che narrativa. Il male non è un corpo estraneo da eliminare: è qualcosa che circola, che si trasmette, che si adatta.

È lo stesso modo in cui penso il noir: non come un meccanismo perfetto, ma come un campo minato. Ogni passo avanti lascia ferite. Ogni risposta apre nuove domande. Ogni vittoria contiene il germe di una sconfitta.

I personaggi di Dazieri non cercano assoluzioni. Sono fragili, spesso sbagliati, a volte irritanti. Ma sono veri. E soprattutto non vengono mai usati per consolare il lettore. Nessuno è lì per dirti “andrà tutto bene”.

La serie del Gorilla ha come protagonista un personaggio marginale, “malato”, doppio, che dialoga con se stesso. Un dialogo tra chi sta dalla parte delle regole e chi capisce che, a volte, al ricerca della verità non ha regole. Il gorilla è frutto di un’intuzione geniale e come tutti i personaggi di Dazieri cresce con il tempo. Si porta dentro il dolore che nasce dall’incompletezza e la rabbia di fronte a una realtà dura e corrotta che lo costringe, a volte, a usare le maniere forti.

Quando ho letto Uccidi il padre, ho avuto la sensazione netta che il noir italiano avesse smesso di chiedere il permesso, fosse diventato un competitor maturo e migliore dei thriller americani. Il male non era più qualcosa da inseguire, ma un’eredità da portarsi addosso. Un peso che passa di mano in mano. Colomba Caselli e Dante Torre sono due personaggi traumatizzati, fragili, feriti. Hanno la forza di chi non ha più nulla da perdere, perché hanno perso tutto. Schizzo, l’hacker della serie del Monaco, ha qualcosa di Dante, personaggio che resta impresso sin dalle prime righe. Le loro avventure sono angoscianti, clasutrofobiche, con un ritmo più incalzante rispetto a quelle del Gorilla e una maturità espressiva consolidata. Il noir di Dazieri è il racconto delle conseguenze del male, non delle soluzioni.

Quello che mi convince davvero, nei libri di Dazieri, è il modo in cui il potere resta sempre sullo sfondo, ma non scompare mai. I suoi romanzi sono pieni di istituzioni che falliscono, di sistemi che proteggono se stessi e non le persone, di vite che diventano sacrificabili senza clamore. L’impegno civile è sempre presente, la critica allo stato delle cose impietosa e puntuale.

Sono noir che non hanno bisogno di slogan politici, perché è già politico il modo in cui si guarda il mondo. Il tipo di sguardo che cerco e che spero di avere anch’io: asciutto, diretto, privo di retorica.