I cani della pioggia, di T. Avoledo
By profbertino / Febbraio 13, 2026 / Nessun commento / Noir

Nessuno chiede agli scrittori di schierarsi.
Attori, cantanti, comici, sono sotto il fuoco incrociato delle varie fazioni, pro e contro qualunque cosa, pronti a essere pubblicamente messi alla gogna se non si schierano con la fazione che ha suscitato la bolla del momento, gli scrittori no.
Forse perché la la gente non legge libri? Perchè ormai l’epoca dell’impegno in letteratura è finita? Perché gli scrittori non hanno nessuna visibilità mediatica? Scegliete voi la risposta.
Mi chiedo, si parva licet, se anche ad Avoledo, dopo la pubblicazione di questo libro, è capitato di ricevere recensioni in cui viene accusato di essere schierato, di parte, altre perifrasi idiote usate per dire che uno pensa con la propria testa.
A me capita sovente, e se potessi rispondere alle critiche su Amazon, quelle di questo tipo sono pochissime per fortuna, risponderei che per il semplice fatto di scrivere sono di parte, esprimo quello che sento, che vedo, e giudico, assolvo e perdono, perché questa fa uno scrittore.
Anche Avoledo giudica in questo libro, bellissimo a mio parere, schierandosi dalla parte degli ucraini e denunciando l’assurdità e la violenza cieca della guerra, il suo eroismo, le sue miserie, la sua disumana viltà. Lo fa con immagini forti e una prosa adeguata allo scopo, lo fa utlizzando due personaggi che più diversi non si può.
Sergio Stokar, ex poliziotto fascista e razzista, ma fascista dannunziano, col mito dell’eroismo, che ha visto la luce in una periferia che non esiste di una città che non esiste e che è tutte le città e tutte le periferie di ogni città. Sergio Stokar è duro, cinico, leale, ha rovinato la sua vita, ed è stato salvato da quegli ultimi che disprezzava e odiava.
Deve attraversare l’Ucraina in guerra insieme a Marco Ferrari, ex poliziotto che in una Taranto simile alla Genova del G8 del 2001, ha fatto irruzione in una scuola e, schifato, ha denunciato i suoi colleghi.
Stokar è colto, Ferrari è ignorante, ha preso la cittadinanza tedesca e scrive libri di successo su un commissario cretino ambientati in una Venezia da cartolina. In Ucraina deve trovare la sua compagna, Magda, una fotografa scomparsa. Problematico, tormentato e incerto se odiare o stimare Stokar, Ferrari è un nuovo inetto delòla nostra letteratura, un uomo senza qualità ma che conosce la differenza tra il bene e il male.
Le interazioni tra i due protagonisti sono a volte esilaranti, a volte deprimenti, a volte irritanti ma sempre vere, umane. Il viaggio in quella terra desolata è un viaggio dell’anima alla scoperta del proprio punto di rottura, al limite dell’umanità e dell’amore. Il finale favolistico è forse un’eco di Tarantino.
La scrittura di Avoledo taglia e squarcia, è affilata e impietosa, nella migliore tradizione del noir.
Un libro che non si dimentica e che fa molto pensare.
In fondo, è questo che fanbno gli scrittori.
