Erri De Luca è un personaggio pubblico divisivo, e questo è un fatto. Ha scritto libri molto belli e altri meno belli, come capita a qualunque autore, non ha mai fatto mistero di quello che pensa e ha subito un processo per questo.

Non entrerò nel merito di quello che ha detto su Israele e la Palestina, non è questo l’oggetto dell’articolo. Sono d’accordo su alcune cose, su altre no, e mi sarebbe piaciuto discuterne con lui e con altri. Ma non è possibile.

Non è possibile perché i social sono la tomba della discussione, dello spirito critico, della dialettica.

Il linciaggio virtuale di cui da giorni è oggetto lo scrittore — a parte la volgarità e la natura forcaiola di certi interventi, fino ai deliri di chi vorrebbe bruciare i libri — è lo specchio di un livello culturale sempre più basso nel dibattito pubblico di questo paese.

Chi partecipa a questo coro, spesso gridando più che argomentando, finisce per adottare gli stessi meccanismi che dice di combattere: la gogna, l’anatema, il rifiuto del confronto. Non è una questione di schieramento politico — è un modo di stare nella discussione pubblica che prescinde dalle idee e le sostituisce con il rumore.

Detto chiaramente: non difendo De Luca — sa farlo benissimo da solo — e sono in disaccordo con alcune sue affermazioni. Ma non lo metterei mai alla gogna per questo.

Amo profondamente il Voyage au bout de la nuit di Céline, che ha scritto, detto e fatto cose molto peggiori, e non mi sognerei mai di abbandonarlo o smettere di rileggerlo come faccio di tanto in tanto. La grandezza di un’opera non dipende dalla moralità del suo autore, e saper tenere insieme queste due cose è una forma di maturità intellettuale.

Vale la pena aggiungere che molti di coloro che manifestano pubblico sdegno verso De Luca — sempre sui social — lo fanno anche perché conviene: seguire l’onda dell’opinione comune attira consenso. Non è necessariamente malafede, ma è opportunismo, e sarebbe onesto riconoscerlo.

I social hanno reso facilissimo esprimere un giudizio e difficilissimo argomentarlo. Sono diventati un luogo dove il riflesso prevale sulla riflessione, dove è più semplice condannare che capire.

Chi vuole bruciare i libri non sa viaggiare con la mente. Chi vuole bruciare i libri vuole chiudere porte e far crollare ponti. Chi vuole bruciare i libri non vuole pensare.

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